Quasi delle storie

Quasi delle narrazioni, o delle favole. Poco di più. Poco di meno

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sabato, 01 gennaio 2005

Vide l’angelo per la prima volta a dodici anni, nella propria camera da letto.

In quel momento, era seduto alla sua piccola scrivania. Doveva essere il primo pomeriggio d’una giornata autunnale e il tendaggio della finestra, davanti a lui, era traversato da lunghi fasci di luce verticali, appena oscillanti. Si era girato lentamente verso la porta, perché gli sembrava di aver udito un rumore sommesso, come quello che avrebbe forse potuto fare sua madre muovendosi per casa; era lei che si aspettava di trovarsi davanti sull’uscio, ma invece di lei vide l’angelo, e ne fu così stupito che non riuscì neppure ad articolare una parola. Quando l’angelo fu scomparso, avrebbe potuto finalmente gridare e chiamare aiuto, ma gli sembrava oramai inutile, e pertanto tornò a girarsi verso la finestra e riprese ad occuparsi del libro che stava leggendo.

Quando poi lo rivide la seconda volta, poche settimane dopo, lo accettò subito quasi senza pensarci, come una presenza già irrefutabile nella propria vita, dedicandogli solo quella svagata attenzione che avrebbe potuto concedere ad un parente inabituale che di quando in quando fosse venuto a visitarlo. Era infatti un ragazzo tranquillo e di scarsissima immaginazione, viziato quel tanto da ritenere se stesso, se non al centro, comunque ben all’interno di un mondo dove ogni cosa non poteva che essere collocata al posto giusto ed ogni evento non poteva che cadere, con esattezza, nel tempo più opportuno.

E, tuttavia, almeno un vago sospetto circa l’eccezionalità di quelle visite doveva pure averlo sfiorato, se si guardò bene, sempre, dal farne cenno ai genitori ed anche agli amici: un sospetto che a poco a poco andò forse crescendo e rafforzandosi - ma senza che lo confessasse neppure a se stesso, come se ne provasse in qualche modo vergogna - di incontro in incontro, finché non si trasformò di colpo in una certezza lancinante, colma di terrore. Ma questo avvenne soltanto al momento dell’ultima apparizione dell’angelo, anzi, per essere più esatti, nell’attimo in cui l’angelo, dopo averlo guardato ancora una volta con i suoi grandi occhi malinconici, si girò bruscamente, e sparì.

Allora aveva già quattordici anni. Le apparizioni duravano ormai da circa due anni, intervallate di parecchi mesi una dall’altra. Fu per lui, quello, come un risveglio repentino, come un pugno nello stomaco (tanto bruschi, inattesi lampeggiamenti può produrre a volte, nei giovanissimi, il precoce albeggiare di una coscienza adulta), e solo in quel momento si rese conto davvero di ciò che, quasi senza pensarci fino allora, aveva visto.

Appena sparito l’angelo, corse alla porta e guardò a destra e a sinistra; poi rientrò precipitosamente in camera e si affacciò alla finestra; si buttò in ginocchio sul pavimento e guardò sotto il letto. Si sentiva come una febbre addosso, voleva ritrovare il visitatore ad ogni costo, anche se sapeva ora di provarne paura, una paura dilatata e grottesca, colma di orrore e di raccapriccio - lo cercava ansiosamente, con infantile accanimento, come avrebbe cercato sul proprio corpo una pustola mortale. Ma non lo trovò, e mai più nella sua vita lo avrebbe rivisto.

Iniziò per lui un periodo di inquietudine e di attesa dolorosa. Temeva che l’angelo potesse riapparire da un momento all’altro. Si volgeva di colpo se credeva di udire un brusio che appena potesse annunciarlo o se, con la coda dell’occhio, gli pareva di indovinare accanto a sé un luccichio sospetto o un movimento improvviso. Si abituò a sbirciare, per strada, su ogni via che si aprisse a destra o a sinistra, fin negli angoli più oscuri e negli anfratti; e prima di entrare in una stanza, anche in casa propria, a verificare bene, con impaziente meticolosità, che non ci fosse nessuno ad attenderlo. Finì che i suoi occhi divennero quasi incapaci di posarsi su un oggetto per più di un istante, senza subito riprendere la loro febbrile ricerca all’intorno: anche sui volti dei famigliari e degli amici sembrava che il suo sguardo non riuscisse ad arrestarsi, e dovesse cercare oltre di loro, o di sbieco, continuamente, il fantasma temuto.

Ma a poco a poco - e non ci vollero neppure molti mesi - la grande paura andò scemando e la sua ricerca venne facendosi meno ansiosa, il suo gesticolare più cauto e controllato; era un ragazzo troppo intelligente, e in ogni caso troppo in sintonia con il comune modo di pensare del suo ambiente, per non rendersi conto con facile immediatezza dei dubbi e delle perplessità che poteva suscitare negli altri quel suo bizzarro comportamento. Apprese, con una certa precocità rispetto ai suoi coetanei, l’arte neppur troppo difficile della dissimulazione: e l’apprese così bene che finì quasi col nascondere anche a se stesso, e a poco a poco col dimenticare, il motivo della sua ricerca segreta. Certi movimenti degli occhi, certi bruschi scatti del capo gli rimasero come dei tic sulla cui origine, se ne fosse stato richiesto, non avrebbe proprio saputo, in buona fede, dar conto.

C’è da aggiungere che nella sua educazione e nei suoi studi la religione non occupava che uno spazio affatto minimo e marginale: così che gli sarebbe riuscito molto arduo collegare le sue antiche visioni (per non parlare delle sue ricerche dell’angelo, ora intermittenti e cautissime) ad un sistema preciso e socialmente condivisibile di credenze e di simboli - e del resto la sua pigrizia, forse, glielo avrebbe in ogni caso impedito.

Quelle visioni vennero quindi prendendo, nella sua memoria già di per sé vaghissima e sfocata di adolescente, l’aspetto innocuo di sogni ad occhi aperti o di infantili fantasticherie, sul cui grado di realtà sarebbe stato superfluo interrogarsi. Quando poi, nel corso dei suoi studi liceali e universitari, sempre più andò definendosi e rafforzandosi in lui una visione del mondo materialistica e fondamentalmente scettica (come quella - ma a mala pena se ne rendeva conto e solo con una certa fatica lo avrebbe ammesso - più consona alla sua pigrizia mentale e al suo conformismo), non tardò a giustificare con un secco rifiuto della propria irrazionalità superstiziosa la decisione di dimenticare quella che ora gli pareva una remota, patetica follia.

Non fu tanto una decisione, ad essere precisi, quanto un progressivo e lento sovrapporsi di altre cure e di altri interessi sopra un fondo che a poco a poco non poteva che farsi meno visibile e, in ultimo, scomparire nell’oblio. Già quando si sposò- aveva allora venticinque anni - avrebbe potuto ascoltare una lunga predica in chiesa (dove peraltro non andava) sugli angeli e sulle loro eventuali ma improbabili apparizioni senza battere ciglio e senza farsi ritornare alla mente quel suo angelo privato di tredici anni prima.

Dopo il matrimonio la sua vita prese l’apparenza di un movimento innaturalmente rallentato e tuttavia (se ne sarebbe reso conto, decenni dopo, con pacata meraviglia) implacabilmente veloce, perché, venuto meno ogni indugio dilatorio e ridotte al minimo le sfasature fra brusche accelerazioni in avanti e pause di assestamento, il tempo aveva assunto finalmente il proprio ritmo esatto, cadenzato e regolare: ed ogni mese ed ogni anno, con la medesima facilità con cui era derivato da quello precedente, e da esso indistinguibile, faceva derivare da sé, allo stesso modo, il mese e l’anno successivo: come una pagina bianca, su un quaderno non scritto, succede identica ad un’altra pagina bianca; oppure come una pianura innevata che, vista dal finestrino di un treno, sembra immobile, e invece ci sta scorrendo via, senza che quasi ce ne rendiamo conto, ad una velocità altissima.

Gli eventi dell’infanzia, rimasti ai margini di questo uniforme spazio bianco, e affatto immobili di contro al movimento accelerato degli anni successivi, non potevano non apparirgli ancora più vaghi ed irreali, come se un altro, e non lui stesso, li avesse vissuti; anche se qualche volta, ma sempre più raramente e confusamente, gli tornavano alla memoria. Pensava allora al suo angelo con quella condiscendente benevolenza, non priva di una certa malinconica nostalgia, che dedicava a qualunque immagine riaffiorante dal proprio passato: un giorno - aveva già più di quarant’anni - si stupì di aver avuto paura davanti a quelle visioni e pensò, sorridendo a se stesso con placida serenità, che adesso avrebbe reagito in tutt’altro modo: magari - perché no? - cercando di stabilire un dialogo con il visitatore celeste. Un altro giorno invece, anni dopo ancora, gli venne in mente che non sapeva nulla degli angeli della tradizione cristiana, e si procurò in biblioteca parecchi libri sull’argomento; ma il lavoro e la famiglia lo occupavano troppo, così che lasciò perdere subito quelle letture assai poco, per lui, consuete.

A mano a mano che il tempo passava e le pagine bianche degli anni andavano sostituendosi l’una all’altra sotto le dita invisibili che pacatamente le sfogliavano, smise quasi del tutto di pensare alla propria infanzia, simile a un viaggiatore che socchiuda gli occhi di fronte alla monotonia di un paesaggio sempre e troppo uguale. Tanto meno, quindi, poteva rammentarsi dell’angelo: l’ultima volta che per un caso fortuito gli tornò alla mente, si disse, accendendosi una sigaretta con calma: “Chissà, forse lo rivedrò un attimo prima di morire”, e sorrise compiaciuto, come se avesse formulato una verità non meno certa di quella della propria morte. Era comunque un modo per differire l’incontro ad un futuro vaghissimo, perché in quel momento, anche se ormai si stava avvicinando ai sessant’anni, godeva ottime condizioni di salute e la propria morte, per quanto certissima, gli sembrava ancora remota e a mala pena pensabile.

Ma in ogni caso aveva torto, perché l’angelo non tornò a mostrarglisi neppure durante quella che sarebbe stata l’ultima sera della sua vita. Anche allora non pensò né alla morte né ad altro: si coricò alla solita ora e non tardò a prendere sonno, dopo aver dato, come sempre, la buona notte alla moglie. Russava, anzi, come se tutto procedesse nel migliore dei modi. Morì nel sonno, verso le tre del mattino, senza neppure rendersene conto - senza soffrire.

”Almeno è stato fortunato - ripeteva la moglie il giorno dopo, piangendo, agli amici e ai parenti sbigottiti - è morto nel sonno”.

Dicono, infatti, che morire nel sonno sia, fra tutte, la morte migliore.

Postato da: Tristano a 11:06 | link | commenti (6)
morire nel sonno

lunedì, 13 dicembre 2004

Da un campanile lontano si fanno sentire, cadenzati, i rintocchi della mezzanotte. Lui è solo, nella penombra della stanza, seduto alla scrivania davanti al computer. Un improvviso soffio di vento fa vibrare i vetri della finestra. Da chissà dove giunge il suono smorzato, lugubre, sempre più fioco, di un'ambulanza. Lui alza la testa, come sorpreso. Salva in fretta quello che ha scritto; poi raddrizza la schiena e si toglie gli occhiali; si passa due dita sulle palpebre, si stringe la testa fra le mani. E di nuovo, quasi senza che se ne renda conto, viene ripreso dall'angoscia. Pensieri confusi, come velati dalla nebbia. Una paura incontrollabile, una paura inconsolabile. Paura di una minaccia concreta? paura della morte? O forse paura di questa stessa paura. Paura della paura di avere paura. Un brivido di freddo gli attraversa tutto il corpo. Fuori, il vento si fa più forte. Ancora un tremito. Poi il suo volto, pallidissimo adesso, quasi cereo, si avvicina di nuovo allo schermo, come fosse uno specchio che potesse rifletterlo e insieme accoglierlo e cancellarlo nelle sue profondità. Sorride, forse, piegando appena le labbra. Si rimette gli occhiali, si passa una mano in fretta sui capelli. Le sue dita tornano a posarsi, nervose, febbrili, sulla tastiera del computer.

Postato da: Tristano a 13:27 | link | commenti (1)

martedì, 23 novembre 2004

Una città sterminata, di cui non si vedono i confini; percorsa da lunghissimi viali che si incrociano a raggiera l'uno con l'altro, creando un reticolo di strade simile a un gigantesco labirinto. Chi le percorra, seguendo un itinerario stabilito in precedenza, oppure in modo casuale, non potrà in ogni caso che vedere una parte minima della città; e non potrà non restare affascinato, di isolato in isolato, più ancora che dai marmi e dagli ori della strada in cui gli capiti di trovarsi, dalle vie che gli si apriranno ai lati, sulla destra e sulla sinistra, e che sembreranno perdersi nella foschia, come invitandolo ad un viaggio interminabile verso l'infinito. Solo a malincuore rinuncerà ad imboccarle; ma se anche lo facesse, si troverebbe assai presto sedotto da altre strade laterali che lo attirerebbero allo stesso modo; e così via, per ore o per giorni. Finché si vedrà di colpo davanti ad una delle mille porte della città e finalmente, come se solo allora si risvegliasse da un sogno confuso, ne uscirà fuori. Ma è certo che, lasciandosi alle spalle quel labirinto onirico, non gli resteranno nella memoria le strade che avrà effettivamente percorso – e le facciate dei palazzi e gli alti portali e le statue e le vetrine luminose dei negozi dagli ampi saloni – ma quelle vie laterali che non avrà imboccato e la cui nebbiosa vaghezza, ancora anni e anni dopo, gli parrà, nella memoria, più degna di rimpianto che non i monumenti più splendidi da lui incontrati e le ore più felici da lui vissute.

Postato da: Tristano a 16:21 | link | commenti (1)
una citt

venerdì, 19 novembre 2004

E' da quando ti ho presa per mano che l'ho capito: da quando ti ho presa per mano e ho iniziato a salire, gradino per gradino, insieme a te, quella lunga scala nel buio. E' da allora che ho capito che tutto era finito.

Certo, saremmo usciti fuori, alla luce del sole. Ci saremmo sfregati gli occhi, come al risveglio da un lungo sonno. E avremmo guardato intorno, felici, i boschi e le montagne, i fiumi ed il mare, avvolti dalla nebbia del primo mattino. E poi?

Sì, poi avremmo ripreso la vita di sempre. Tu ed io come una volta; negli stessi luoghi, nella stessa dimora, nelle stesse stanze. Ma tu – l'ho capito in quel momento, nel buio, con lancinante chiarezza, quando ho stretto fra le dita la tua mano gelida come di ghiaccio – non saresti stata mai più quella di prima.

Avevi conosciuto la morte. Un punto fermo: l'unico nella tua vita. Un punto fermo che aveva posto fine, irrevocabilmente, a tutto ciò che eri stata prima. Il tuo sorriso? Perduto, sfumato. Il tuo volto? Forse ancora più bello, ma misteriosamente mutato. Il tuo corpo che tante volte avevo stretto fra le mie braccia? Non più quello, ma un altro.

Colei che tanto avevo amato – più della mia stessa vita, lo sai – non ci sarebbe stata mai più. E' chiaro: tu avresti cercato di assomigliarle. Ti saresti vestita come lei; mi avresti parlato con la sua voce, mi avresti tentato con le sue seduzioni. Del resto tu stessa avresti avuto bisogno di crederti lei. Ma sarebbe stato un inganno. Io avrei finto che nulla fosse cambiato, tu avresti cercato di farmelo credere. Accade fra tantissimi uomini e tantissime donne: ci si mente l'uno con l'altro, per non rendersi conto che la morte è intervenuta a dividere per sempre, trasformando colei che si ama in un'altra. Ma fra noi no, non poteva accadere.

Non poteva accadere. Perché io ti amo più di me stesso, e il mio amore non si inganna: sa bene a chi si rivolga, a quale unica donna si rivolga. Sei tu, quell'unica. Sei tu, come eri prima.

Poi sei morta. E' stato atroce.

All'inizio mi sono rifiutato di rendermene conto. Come può morire quell'unica che amo? E' impossibile. Il mio amore non ha fine: quindi anche lei non può avere fine: tu non puoi avere fine. Ti ho cercata ansiosamente, ti ho stretta fra le braccia, nel buio. Ti ho presa per mano; ti ho portata alla luce. Era il minimo – capisci? – era il minimo che potessi fare per te. Solo all'ultimo ho capito.

Ho capito che stavo lasciandomi dietro le spalle colei che amavo. Che tu – quell'unica! – eri là, nel buio, nel passato. Dietro, non davanti. E che da quel momento in poi non ti avrei vista mai più.

E' per questo che l'ho fatto. Non potevo non farlo. Mi capisci, vero? Te lo dovevo. Lo dovevo a colei che amavo e che amo.

Mi sono voltato indietro e ti ho guardata. Un'ultima volta. Un addio.

E ti ho fatto ricadere di nuovo nell'Ade. Amore mio, Euridice.

Postato da: Tristano a 17:02 | link | commenti (2)
orfeo stanco

martedì, 07 settembre 2004

Si sedette sul letto e si levò subito la giacca. Era piccola, un po’ grassa; aveva i capelli scompigliati come se avesse appena finito di correre: il suo viso paffuto sembrava quello di una bambina.

Lo guardò sorridendo nervosa. "Non mi devi fare male, te ne prego".

Abbassò gli occhi sulla gonna: cautamente, iniziò a sganciarsela con dita tremanti. “Ho sempre paura. Mi devi scusare. Sono stupida”. Tornò a guardarlo di sfuggita: “Faccio sempre così, devo essere matta. E’ che ho paura. Mi capisci, vero?”

L’uomo era seduto su una poltroncina a lato del letto. Aveva un’età indefinita, forse trenta, forse quarant’anni: gli occhi scuri, come persi nel vuoto, guardavano oltre il letto, verso la finestra dall’altra parte della stanza, da dove entrava, livida, una fioca luminosità lunare - ma le labbra erano atteggiate ad un sorriso morbido e delicato, che serbava qualcosa, forse, di vagamente infantile. Assentì appena con un breve cenno del capo, senza parlare.

”Sono goffa, me ne rendo conto - la donna si stava inarcando all’indietro sul letto, nel tentativo convulso di sfilarsi da sotto la gonna - Ti prego, non ridere”.

Lui continuò a sorridere e a fare cenno di sì, come se non avesse capito le sue parole.

”Non ridere - ripeté lei tutta seria - anche se faccio ridere, lo so... e non sto zitta un momento”.

L’uomo si accese una sigaretta e con lo sguardo si attardò a seguire per un momento le spirali del fumo in alto. Poi riportò lentamente la sua attenzione sulla finestra argentata, oltre la donna.

”Non sto zitta un momento - precisò lei, mentre finalmente era riuscita a togliersi la gonna e la stava posando accanto a sé sul letto - perché ho paura. Devi avere pazienza con me”.

”Devi avere pazienza - continuò a voce più bassa, iniziando a sbottonarsi la camicetta - pazienza, pazienza...”

Lui posò gli occhi scuri su di lei, con cautela, e sorrise.

”E non mi devi fare male, te ne prego”.

L'uomo allungò il braccio verso il comodino per far cadere dentro un bicchiere semivuoto la cenere della sigaretta; poi, senza smettere di sorridere, aspirò un'altra boccata.

”Te ne prego” ripeté a voce più alta, e si levò la camicetta. Era rimasta con addosso soltanto le mutandine e il reggiseno. La luce della finestra le avvolgeva il corpo di un alone d’argento che spiccava nitido nell’oscurità della stanza.

”Te ne prego” - i suoi occhi erano adesso coperti come da una nuvola di paura. Con le dita che continuavano a tremarle si scostò una ciocca di capelli dalla fronte sudata. ”Aiutami. Devi essere buono con me. Ho freddo. No, anzi, fa caldo. Deve essere la paura: non riesco neppure più a parlare. Sto balbettando. E’ vero che mi aiuterai?”

L’uomo la guardò stupefatto, come se quella domanda lo offendesse. Annuì con lentezza, mandando fuori dalla bocca un filo lungo di fumo.

Lei si levò anche il reggiseno. Sembrava che non sapesse dove metterlo: con la mano che le tremava, lo infilò di scatto sotto la gonna. Abbassò la testa, poi la rialzò bruscamente: aveva gli occhi umidi di lacrime. Altre ciocche di capelli le cadevano sulla fronte.

”Perché tutto è così assurdo, mi chiedo... Tremare come una foglia, è stupido... Fa freddo... Questa luce bianca... Non dovrei essere qui. E invece voglio... ma ho paura... e poi, e poi...”

Lui le sorrise, senza allontanare da lei lo sguardo che adesso si era fatto più fermo e come interrogativo - sembrava invitarla, con una sorta di dolce, pacata risolutezza, a proseguire.

”E poi... non dovrei essere qui. Si fa sempre il contrario di quello che si vuole. Ma non mi devi fraintendere - con le mani aperte, le dita visibilmente tremanti, premeva le unghie contro le mutandine - io voglio... è una cosa che si deve fare... è come una punizione a cui non posso sottrarmi... un supplizio... dio, come sono stupida - si passava le mani sull’inguine, su e giù - non dovevo dirlo... come sono stupida, perdonami...”

Si abbassò di poco, bruscamente, le mutandine lungo le cosce, e subito se le ritirò su di scatto. Era sdraiata supina, a gambe larghe, gli occhi vitrei, umidi di lacrime, spalancati sul soffitto. La sua pelle luccicava debolmente, come fosse di neve.

”E’ che sembra tutto falso - mormorava - E questa luce bianca... di dove viene... di dove viene...”.

Lui guardava incuriosito quel suo gesticolare agitato. Tossicchiò debolmente, coprendosi la bocca col dorso della mano e voltando appena la testa un istante, ma con gli occhi sempre fissi sopra la donna.

Lei si abbassò le mutandine fino alle ginocchia. Tremò tutta. Ebbe un breve riso convulso. ”E’ buffo - disse a voce bassissima - mi sembra di stare recitando. Mi sembra di essere dentro un film”. Si passò la mano sulla fronte sudata e sugli occhi. “Ma non farmi male, ti prego...” aggiunse piano - e fece scendere, muovendo debolmente le gambe, le mutandine giù fino ai piedi; poi, con una breve spinta dei talloni, le fece cadere fuori dal letto.

L’uomo la guardò con attenzione, un sorriso amaro, forse crudele, ora, sulle labbra. Tossicchiò di nuovo. “No - le rispose - no, non siamo in un film”.

Senza toglierle lo sguardo di dosso, allungò la mano verso il comodino e premette dentro il bicchiere il mozzicone della sigaretta.

Lei si era appoggiata con i gomiti sul letto e lo fissava sbigottita, a bocca aperta. Stava immobile, completamente nuda, a gambe larghe. Non piangeva più.

Solo allora, quasi a malincuore, lentamente, pesantemente, lui si tirò su dalla poltroncina, senza smettere di guardare con gli occhi inespressivi la donna, e si mise in piedi.

Sorrideva ancora. Era alto quasi due metri.

Postato da: Tristano a 15:18 | link | commenti
come in un film

martedì, 29 giugno 2004

Si sono rivisti dopo tanti anni. Un incontro brevissimo: solo pochi minuti, fra un treno e l'altro, alla stazione Centrale di Milano.
In mezzo alla folla lui l'ha subito riconosciuta. Come se si fosse trovato di fronte ad un proprio pensiero e l'avesse visto di colpo prendere forma reale. Se stesso fuori da se stesso. Quasi un miracolo.
Dolore? Gioia? Un'emozione strana, per lui: la stessa di allora, quella che provava ogni volta che la vedeva, eppure molto diversa. Più intensa forse, ma anche più innaturale. Come se stesse recitando, adesso, una parte. Di colui che ricorda. Di colui che soffre, ricordando.
"Sei sempre bella" ha mormorato camminandole accanto lungo il marciapiedi, tanto per dire qualcosa. Con il braccio le sfiorava il braccio. Curioso: gli pareva che lei si fosse rimpicciolita.
"Non scherzare, ti prego" ha mormorato lei: la stessa voce rauca, lo stesso sguardo incerto di una volta. Ha alzato in fretta la mano; si è scostata un ciuffo di capelli dalla fronte; ha tossicchiato: come faceva sempre, quando era nervosa.
"Devo scappare, sai. Mio... mio marito mi aspetta, sul treno". Lui ha abbassato gli occhi. "Sì, mi sono sposata. Due anni fa".
"E' buffo" si è limitato a dire.
"Sì... è buffo" ha sussurrato lei. Si è fermata, lo ha guardato negli occhi per un momento. A bassissima voce, lentamente, ha sillabato il nome di lui. Come una volta. Poi è salita sul treno.
E' rimasto immobile a fissare per qualche secondo la porta della carrozza, trasognato, indeciso; finché si è girato di colpo e a testa bassa, quasi correndo, si è diretto verso la biglietteria, come se fuggisse, il cuore colmo di amarezza.
Aveva voglia di piangere e insieme di ridere.
"Già, sarebbe proprio buffo – si diceva, trafelato – se adesso perdessi anche il treno. Così, senza nessun motivo. Ancora una volta. Come uno stupido...".

***

Guarda dal finestrino con gli occhi semichiusi. Vorrebbe fermare alcune immagini del mondo di fuori – un casolare, un albero isolato, una macchina lontana – ma le sfuggono via, come i suoi pensieri, che non riesce a fissare su nulla. La cadenza ritmica dell'andatura del treno la stordisce: la fa scivolare in un inquieto stato di sopore, interrotto a tratti da pause di netta lucidità. Guarda per un momento il marito, seduto davanti a lei a leggere il giornale. Il suo presente. Poi richiude gli occhi, come per negare il senso di amarezza che le ha oscurato per un attimo la mente; e il pensiero le scivola, per una sorta di infantile e tuttavia innocua rivalsa, al suo passato. Esiste ancora - si chiede? Forse sì, come quella grande pianura velata dalla nebbia di là dal vetro; ma è ormai senza peso, lontanissimo e irraggiungibile. E anche se lui, proprio lui, le ha parlato e le ha sorriso e le ha stretto la mano – soltanto pochi minuti sono trascorsi, ha ancora negli occhi l'immagine del suo volto, appena invecchiato, appena un poco diverso da come lo ricordava – non ha più realtà di un fantasma, adesso, per lei. Potrebbe essere l'immagine di un sogno. Forse, chissà, la sua apparizione alla stazione di Milano non è stata nulla di più.
"Un po' di malinconia?" chiede il marito senza alzare gli occhi dal giornale, con quel tono vagamente ironico - indizio di self control, di intelligenza, di freddezza emotiva – con cui si esprime sempre e che lei ammira, ma non è mai riuscita ad accettare pienamente.
Gli sorride, cauta, le labbra contratte in una smorfia come di dolore. "Non lo so... Forse sì. Forse sì". Non è capace di mentire, è un suo limite.
Sarebbe il colmo se adesso si mettesse anche a piangere.

***

Direi che la ministoria potrebbe essere conclusa qui. Due persone che si erano amate, che forse ancora si amano, si incontrano, si lasciano. Che altro potrebbe seguire? Un nuovo rivedersi? Un nuovo, più doloroso, lasciarsi? Le solite recriminazioni e i soliti fraintendimenti legati ad ogni incontro e ad ogni separazione? Del resto, sembra che nella nostra vita non si faccia altro. Ci si vede, ci si lascia. E' tutto molto triste, ma è così. Tuttavia... tuttavia ogni separazione è diversa, perché ogni illusione d'amore è vissuta in maniera diversa da ognuno di noi, e dietro ci sono esperienze psicologiche e biografiche uniche, incomparabili. Potrebbe essere interessante, allora, provare a spingersi appena un poco oltre la superficie, per entrare, sia pure cautamente, nella storia di questi due personaggi. Come hanno vissuto, loro, la banalità del trovarsi e del lasciarsi? Come si sono autoingannati? Come hanno raggiunto, se l'hanno raggiunta, una loro verità? Sì, potrebbe essere interessante, forse...

***

Se rivolge la mente al proprio passato è presa da un senso quasi di vertigine. Le sembra di scivolare in uno spazio nebbioso e privo di limiti, dove tutto si muova con una lentezza da sogno. Un fluire confuso di eventi e di immagini che le pare avanzare, oppure retrocedere, in modo casuale e senza alcuna logica. Ne è sgomenta, e insieme affascinata. Come se la sua vita fosse quella di un’altra. Come se i suoi occhi fossero stati da sempre coperti da una benda; e quindi non fosse stata lei a condurre la propria vita, ma fosse stata questa vita a guidarla. Sempre un velo di foschia fra lei e le cose. Perché si era innamorata di Sergio, ad esempio? Perché lo aveva lasciato? Perché, dieci anni dopo, si era sposata con Vittorio? Non c’era alcuna ragione; era andata così…
Si sente soffocare. Apre la finestra. Guarda la periferia di Torino, tutto intorno, aprirsi in una distesa grigia che sfuma nella nebbia. In lontananza si intravvede una curva del Po, d’un azzurro sbiadito; molto più in là, come se galleggiassero nel cielo, le vette innevate delle Alpi. Il suo corpo è scosso da un brivido di freddo. Richiude la finestra e si acciambella sulla poltrona. Chiude gli occhi, inquieta, tremante, come se attendesse qualcosa.
Passano lunghi minuti prima che il cellulare, sul tavolino accanto, inizi a squillare.

***

Un gesto da niente, semplicissimo, che è stato già fatto migliaia e migliaia di volte, e la tua vita può cambiare di colpo. Un gesto minimo: una leggerissima pressione del dito, nulla di più. Ma solo l'idea di poterlo fare davvero ti fa battere il cuore e ti fa sudare per l'ansia.
Nella mano tieni stretto il cellulare. Hai impostato un certo numero. Sullo schermo ti appare il nome di lei. Sul tastino di chiamata è posato il tuo pollice. Basta che tu lo prema, appena un poco. Basta solo questo e la tua vita, forse, potrà cambiare. Non è buffo che il tuo futuro possa dipendere da un così minimo dispendio di energia, da un'azione-zero come questa? Fai molta più fatica anche soltanto ad aprire la porta di casa o a sfilarti i pantaloni prima di andare a dormire. E' buffo davvero, ma certamente adesso non sei disposto ad ammetterlo. La tua fronte è corrugata, i tuoi occhi sono cupi, la tua mano trema. Stai cercando di dominare te stesso, di frenarti, di irrigidirti, affinché il pollice non ti si muova da solo.
Finché d'un tratto, che sia stata la tua volontà ad avere deciso o proprio il tuo pollice, il tastino viene premuto. Sì, viene premuto. E dopo qualche secondo di attesa (e di desiderio, di angoscia, di paura, di imbarazzo) ti giunge all'orecchio, come per un miracolo impreveduto, la voce di lei.

***

Lui si stupisce di come la voce di lei al telefono sia uguale a quella che ricordava: un po' roca, profonda, ma con tonalità cangianti e sfumate, con momenti quasi di canto. La stessa voce, dopo dodici anni. Come se, a differenza del volto e in genere del corpo, proprio la voce trattenesse quell'indefinibile quid di non mutabile identità che fa di ognuno di noi quello che è e non può non essere sempre, dalla nascita fino alla morte.

La ascolta come trasognato; più che dal senso delle parole di lei affascinato dal loro suono, dalla loro cadenza e dal ritmo delle pause: una voce che, per una sorta di miracolo, proviene intatta, solo per le sue orecchie, dal passato più remoto. Quanto a lui, parla pochissimo: si accorge di ripetere spesso ciò che aveva detto un momento prima o di lasciarsi andare a banalità e frasi fatte, ma non se ne preoccupa. Si contraddice, salta da un argomento all'altro, interrompe una frase a metà, poi cessa di colpo di parlare. A volte si creano fra loro lunghi spazi di silenzio. Ma è un silenzio che non lo imbarazza, che non gli fa paura: è un silenzio di pace, che lo fa scivolare nella profondità più antica e più vera di se stesso.

La richiama altre volte e lei gli risponde. Parlano a lungo, soprattutto di notte, quando il marito di lei è spesso fuori per lavoro. Tentano, forse senza neppure saperlo, di ricucire uno strappo, di risanare una ferita antica che è di entrambi e che ancora li lega. Senza illusioni. Senza pensare al domani.

***

Che cosa cerca in lei? Ci sono state molte donne nella sua vita. Di alcune si è innamorato. Amori in genere brevi, ma quando li viveva gli sembrava che dovessero durare per sempre. Un amore non finisce mai, aveva sempre sostenuto con una buona dose di inconsapevole malafede: e in effetti, poi, era stato sempre lui a interrompere, talvolta anche in modo brutale, le sue storie; ma si giustificava dicendo a se stesso che non lo faceva perché il suo amore fosse finito, ma perché un amore più grande stava sorgendo per lui all’orizzonte. Un cinico don Giovanni allora? Sarebbe un po’ esagerato affermarlo: superata ormai la soglia dei quarant’anni, i suoi amori veri potrebbero essere contati a malapena sulle dita di una mano. E forse – come gli aveva detto un giorno un’amica che lo conosceva a fondo – non costituivano che un unico amore, rivolto a quell’unica donna che da sempre era stata davvero importante nella sua vita, cioè sua madre. Peccato che questa amica fosse una psicologa di scuola freudiana e tendesse a vedere in ogni uomo un bambino mal cresciuto e nell’età adulta null’altro che un prolungamento inconsapevole dell’infanzia. Lui aveva sempre scrollato le spalle e sorriso con sufficienza davanti a queste spiegazioni, ma gli era difficile negare che la presenza rassicurante della figura materna avesse reso felici i primi anni della sua vita, al punto da offrirgli il modello ideale, forse, per qualunque rapporto futuro fra lui e una donna. Ed essere amato, trovandosi al centro di un affetto caldissimo e avvolgente, era sempre stato – non poteva negarlo – il suo desiderio più profondo. Che cosa significava allora, per lui, innamorarsi? Null’altro forse che questo: poter entrare (o rientrare) in una simile condizione di passività sentimentale; proponendosi come l’oggetto, sia pure momentaneo, di un amore che lo colmasse e lo rassicurasse. Farsi amare, per lui, è sempre stato il significato del verbo amare.

Un atteggiamento egoistico? Certamente. Molto comodo? Forse, ma anche molto rischioso. E il rischio è per lui il più tremendo: quello di non essere più amato. Pur di evitarlo, viene creando una sorta di cerchio magico, precario e fragilissimo, intorno a sé e ai propri amori. Sa essere tenero e sensuale; sa capire a fondo; sa dare tutto se stesso; sa amare – chiede soltanto di essere ricambiato, perché solo questo è essenziale per lui. Le donne di solito stanno al gioco: lo vezzeggiano, lo curano, lo colmano di affetto: nessuna delle tre o quattro donne davvero importanti della sua vita ha mai incrinato il cerchio illusorio. Nessuna, tranne Chiara, dodici anni prima. E l’eco del dolore atroce che aveva provato quella volta, quando Chiara, gli occhi umidi di pianto e incupiti dall’angoscia, gli aveva detto di aver smesso di amarlo, si fa sentire ancora adesso, pungente, nel suo cuore. Come una minaccia. Come un oscuro memento della propria fragilità e della propria condizione di solitudine. Forse è per questo che la cerca. Per ottenere da lei una sorta di risarcimento per quel dolore lontano e insieme vicinissimo. O anche, chissà, solamente una postuma, impossibile rassicurazione su di sé, sul senso del proprio esistere, adesso, nel mondo.

***

Dell’amore, invece, Chiara ha paura. Sa di essere fragile; sa di non avere la forza di trattenere le proprie pulsioni e di dominare i propri desideri. Il suo bisogno più profondo sarebbe di affidarsi, corpo ed anima, a chi sapesse guidarla con fermezza: il suo sogno segreto, di cui a mala pena forse è consapevole, di rinunciare del tutto a se stessa, per appartenere ad un uomo che lei potesse guardare e ammirare come un padre autorevole. Ma è un’aspirazione tanto vaga quanto irrealizzabile, perché legata confusamente all’ansia di identificarsi con la propria madre, che era stata abbandonata dal marito quando lei era ancora bambina; ed esprime una sorta di rivalsa postuma, se non di aperta rivalità, nei suoi confronti, quasi che alla madre lei potesse mostrare, trent’anni dopo, come avrebbe dovuto comportarsi per non far fuggire di casa il padre. Ma insieme è un disperato tentativo di rivivere un’infanzia che in realtà non aveva mai avuto modo di godere: quella di una bambina felice perché protetta da una rassicurante figura paterna.

Agli uomini che ha amato Chiara si è sempre abbandonata con passione e fervore, come se ognuno di essi fosse l’incarnazione del padre che le era sempre sfuggito. Ma per lo stesso motivo, prima o poi, ha sempre avuto l’impressione di lasciarsi andare nel vuoto, precipitando a capofitto in un abisso da cui non avrebbe avuto la forza di risalire. Bastava un gesto brusco da parte loro, una parola infelice, una minima indelicatezza; e subito si sentiva di nuovo sola come una bambina incompresa; riviveva l’angoscia antica dell’abbandono; e in uno scatto infantile di orgoglio volgeva loro le spalle, preferendo essere lei a dire la parola fine piuttosto che essere obbligata a sentirla dalle labbra altrui – così come, da ragazzina, aveva finito col credere, non meno insuperbita che angosciata, di essere lei e soltanto lei, con la propria cattiveria, la causa dell’assenza da casa del padre.

Per lei amare significa sciogliere ogni difesa: aggrapparsi in modo struggente ad un padre che già sta fuggendo da lei; che è lei stessa, con la forza medesima della propria passione, a fare fuggire. L’amore, per lei, è sofferenza. Per questo ne ha così tanta paura.


















Postato da: Tristano a 16:25 | link | commenti (1)
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